CARLO GUBITOSA, Elogio della pirateria

Terre di Mezzo Editore, Milano, 2005


Il libro, 95 pagine per 9,90 euro, s'accompagna ad almeno tre stranezze. La prima, puramente estrinseca e accidentale, è la sua collocazione negli scaffali della libreria Hoepli. Per trovare il saggio bisogna salire infatti fino al quinto piano, e spulciare tra i testi della sezione "Sicurezza Informatica". Questo era già abbastanza a giustificare l'acquisto del libro. D'altro canto la discutibile collocazione di uno scritto dal titolo "Elogio della pirateria" tra manuali di System Security è eloquente di una difficoltà che certe tematiche trovano nel riuscire a collocarsi adeguatamente in un panorama culturale che non sia underground.
La seconda stranezza, intrinsecamente legata all'edizione cartacea del libro, è l'impaginazione.
Da pagina 45 in poi si ha l'impressione d'incartarsi, d'aver già letto quelle pagine. Un occhiata a piè pagina e si scopre l'inganno. A quasi metà del libro, da pagina 45 la numerazione e l'impaginazione riprendono dalla pagina 26 per poi continuare senza ulteriori rigurgiti fino alla fine.
Ma non è tutto: l'edizione in PDF, formattata e scritta in Latex dallo stesso autore, presenta un ordine delle sezioni diverso, ponendo nelle pagine conclusive del saggio il "Manifesto di ribellione creativa", che nell'edizione di Terre di Mezzo è invece posto in fondo.
Quale delle due versioni sia da considerare corretta o originale non si capisce, e forse non ha neppure molta importanza. Nonostante questo, l'accidente può generare almeno una considerazione sul valore materiale del supporto di un'opera.
Un libro non potrà mai sostituire un PDF, un disco originale non potrà mai sostituire una playlist su un iPod. Autori ed editori non sono ovviamente dello stesso avviso, preferendo addossare le cause del crollo del mercato editoriale al fenomeno p2p che non alla loro incompetenza.
Il valore estetico di un'edizione fallata, il collezionista disposto a pagare cifre astronomiche per l'esigua serie di monete da 500 lire coniate erroneamente dalla zecca, la differenza intrinseca tra una prima edizione e le edizioni successive... tutto questo non esiste e non vedo come possa esistere in futuro per ciò che circola in rete.
Questa ovvietà è così insita e inscritta in ogni coscienza sensibile, che la dicotomia vaneggiata dagli editori, e Urbani con loro, pare ridicola. Un'analisi della legge Urbani, con la sua peculiare riduzione del profitto al lucro, ci fa capire come il fenomeno p2p sia interpretato dagli editori. Secondo questi, quando un consumatore si trova di fronte alla possibilità di acquistare un prodotto o di averlo gratis, il potenziale acquirente, assumendo l'assunto economico della massimizzazione del proprio vantaggio in base alle risorse disponibili, sceglierà sempre d'ottenere il prodotto gratis. Da qui a leggere la causa del crollo delle vendite di audiovisivi - da verificare e contestualizzare in un relativo quadro economico - nel fenomeno p2p il passo è breve. Breve quanto falso. Tra un CD originale e un archivio .rar scovato nel computer di Tizio con Soulseek, non c'è possibilità di paragone, non sono cioè beni commensurabili. Se lo fossero sarebbe chiaro come la discriminante sarebbe a questo punto il prezzo. Ma così non è. Lo sarebbe se sul piatto della bilancia ci fosse il CD originale da una parte, e lo stesso CD originale, ma gratis, dall'altra.
Per quanto se ne dica, ciò che si scarica dalla rete non è quello che "in questo modo si evita di comprare", bensì quello che comunque non si acquisterebbe - e ci sono studi statistici approfonditi e autorevoli in proposito - ma dato che si ha la possibilità di scaricare gratis, lo si sente/vede/legge comunque. Il fan o l'appassionato di Lynch non scaricherà mai i suoi film. Andrà al cinema e comprerà i DVD.
L'esempio di Lynch non è casuale. Quanti film suoi sono effettivamente disponibili in DVD? Quanti sono passati nelle sale per un periodo di tempo ragionevole e con una copertura decente? Il suo ultimo lavoro - Inland Empire, 2006 - è rimasto in programmazione una sola settimana ed è stato proiettato solamente in 25 sale in tutta Italia. A questo punto al fan di Lynch s'aprono diverse alternative: smettere di essere fan di Lynch per impossibilità materiali, diventar matto per recuperare un minimo di filmografia, attaccarsi ad internet e scaricare scaricare scaricare.
Veniamo così portati naturalmente al cuore delle tesi del saggio di Gubitosa. La pirateria, in tutte le sue forme, non è quella sciagura che terrorizzava i mari d'oriente e d'occidente. La pirateria è quella conditio sine qua non gran parte della cultura si troverebbe atrofizzata in fondo al mare come un vecchio relitto abbandonato. I pirati, sottraendo tesori, li preservano dalla dissipatezza dei loro - più o meno legittimi - proprietari. E oltre a preservarli vengono fatti materia di baratto che mette in comunicazione mondi altrimenti inaccessibili.
Ricchezza culturale, biodiversità culturale, alimentare e audiovisiva, accesso universale alla cultura, queste le parole d'ordine che sostituiscono il vecchio "All'arrembaggio!"
Il testo espone in maniera esplicita e chiara, talvolta in modo fin troppo provocatorio per temi che sono ormai entrati nella consuetudine di molti, tre giustificazioni della pirateria latu sensu.
La pirateria, in tutte le sue forme, è un fenomeno sociale comune e ricorrente della nostra cultura. Talvolta si ha l'impressione che per l'autore la pirateria sia una costante antropologica più ancora che culturale.
Partendo da questa constatazione e mostrando come ogni nuova svolta nella cultura occidentale - le prime radio private, le liberalizzazioni delle frequenze televisive, la liberazione dal cartello delle industrie farmaceutiche ecc... - sia passata attraverso la violazione della proprietà intellettuale, l'autore argomenta la bontà, dopo averne mostrate la necessità, della pirateria.
La pirateria permette la diffusione di idee, tecniche, politiche, culture, dati, informazioni, che altrimenti nella migliore delle ipotesi rimarrebbero appannaggio di pochi, e nella peggiore delle ipotesi si estinguerebbero.
Gubitosa non sottovaluta nemmeno la portata economica e politica della pirateria, mostrando come questo "bene necessario" permetta una liberazione dalle leggi e politiche di mercato, permettendo "l'autogestione degli interessi personali", non più legati a ciò che i mass madia o le grandi industrie propinano e propongono, ma aprendo vie a percorsi culturali alternativi.
E' sotto gli occhi di tutti il fatto che la programmazione nelle sale cinematografiche italiane sia vincolata da scelte indipendenti dai nostri gusti e interessi. A chi piace l'horror Jap, dovrà accontentarsi dei remake hollywoodiani (vd. The Ring). Non resta altra strada che Internet.
All'autore non sfugge neppure il ruolo sovversivo della pirateria, epigrafato da citazioni in calce ad alcuni capitoli come si trova al primo:
"L'uomo ragionevole si adatta al mondo, e quello irragionevole si ostina nel voler adattare il mondo a se stesso. Pertanto, qualunque progresso dipende dagli uomini irragionevoli".
[George Bernard Shaw, drammaturgo irlandese]

Se c'è una cosa in cui questo istruttivo saggio difetta, è l'impressione di stantio che profonde. Mostrata l'utilità e la ragionevolezza di un sistema sociale ed economico alternativo come quello che viaggia via web, ci si aspetterebbe, dopo anni di discussioni e riflessioni che Gubitosa ripropone magistralmente in questo saggio, tra ricostruzioni storiche e provocazioni originali, un capitolo dedicato alla costruzione, o che ne paventi almeno la possibilità, di un reale sistema economico non utopico basato sulla condivisione dei dati - e quindi del lavoro, perché di questo in fondo si tratta.
Questo manca purtroppo. Non solo nel saggio di Gubitosa, ma nell'ordine di idee degli utenti della rete stessa. Chi condivide è colui che nei fatti non è costretto a campare di ciò che condivide. Come potrebbe un musicista poter vivere della musica che fa se la regalasse?
Ci sono molte questioni affascinanti e urgenti che si devono risolvere. Personalmente credo che un altro modo di intendere l'economia e le politiche culturali sia possibile, e sia possibile subito.