In queste pagine non troverete scritti che parlano degli ultimissimi film usciti in sala. Questo in quanto il lavoro del sottoscritto non è il proporre recensioni, bensì offrire studi di approfondimento. La scelta dei film dei quali parlo/parlerò, sono opere che mi hanno “investito materialmente dal di dentro”: io, spettatore, sono stato assalito da interrogativi pesanti, da domande mi hanno messo in causa.
Tale particolarissima situazione si basa sulla sospensione della consapevolezza, da parte del soggetto, che la realtà sullo schermo sia fittizia e illusoria, e sulla perdita delle proprie coordinate spazio-temporali, favorita dal buio della sala e dalla condizione di blocco motorio nella poltrona, nonché dal potenziamento della percezione visiva (lo schermo grande), come in una sorta di sogno lucidissimo. Attraverso il potere audio-visivo del cinema (che investe di uno statuto di verità ancora più alto di quello che si attribuisce ad uno scritto), ma soprattutto grazie al lavoro registico che ha saputo dirigere, attraverso sofisticatissime operazioni di coinvolgimento, la mia attenzione sapendo modellare persino le mie reazioni… sono (stato) come trafitto da un’entità che, a spettacolo finito, non può essere congelato come un vampiro o un succubo. Questi film (ma preferisco chiamarli “opere d’arte”) mi hanno costretto insomma, volente o nolente, ad ammettere la distruzione sistematica della mia integrità individuale in quanto mi hanno lasciato segni indelebili, poiché interni, del loro svolgersi. Questo perché il cinema non presenta solo delle immagini, bensì le circonda di un mondo. Unite a ciò la forza onirica di un visionario (spettatore): il film proiettato assume le misure dell’immaginario, la zona per eccellenza in cui oggettività e soggettività si passano la mano, cioè il terreno “virtuale” (perché nella mente-emotività del soggetto) in cui la concretezza dei dati sullo schermo si apre all’integrazione esperienziale, o in cui il vissuto dello spettatore si coagula ad un progetto e/o attesa, o in cui l’esattezza dei prelievi (la focalizzazione di ciò che mi ha “colpito di più”) si confronta con le ragioni di chi li ha effettuati.
Proprio per questo non è immaginabile un lavoro d’esegesi cinematografica che non si basi su almeno tre visioni del film, dato che, qualunque sia l’approccio che si sceglie, lo scopo dell’analisi è elaborare una sorta di “modello” del film - evidentemente in senso cibernetico e non normativo - e che per conseguenza, tale ricerca, non si attui che attraverso un tempo di riflessione, interiorizzazione, stasi. Sono del parere che occorra un tempo ottimale per permettere ad un’opera di destabilizzare l’assetto ontologico e l’equilibrio semantico della propria particolare visione del mondo. Qualcuno dice infatti che la virtù dell’arte è fermare l’istante senza raccontare la storia (cosa che faremmo, nel nostro caso, dopo la proiezione).
Solo qualche regista riesce a creare, perlomeno a permettere lo sviluppo, in potenza di tali dinamiche. Regista/artista - in questo senso - è colui la cui personalità si definisca dialetticamente in rapporto-frizione con la realtà esistente nel tempo-luogo che la riguarda, e in termini specificatamente di linguaggio (perché il cinema è comunque un linguaggio). In altre parole, una potenziale chiave di individuazione artistica è direttamente proporzionale alla capacità di un individuo di modificazione (interpretazione) dell’esistente. In termini cinematografici, penso all’abilità di formare immagini di vita che non siano l-imitazioni della realtà, bensì immagini che possano divenire modelli di costruzione deliberatamente sincretistica: in una disparità interna non più occasionale della composizione di un film, ma di programmatica immaginazione sincretica della costituzione dell’intera economia di un film (penso a Lost Highway di David Lynch).
Da questo punto di vista non si può affatto parlare di un’istanza d’oggettività critica, astratta, valida per ogni dimensione. L’esercizio critico, se incisivo, è portato a manifestare sempre tratti di personalizzazione: l’apparente contraddittorietà fra personalizzazione spinta e presunta (ma necessaria) oggettività, penso possa essere risolta attraverso l’ampiezza di motilità d’intelligenza e la ricchezza della strumentazione metologica, e dell’istintiva sensibilità che la supporta. Dato che ogni atto critico è necessariamente parziale, sono per una disponibilità dell’intelligenza aperta su un orizzonte ulteriore, del possibile, del diverso, dell’alternativo, rispetto a quel nucleo iniziale di propria poetica di un regista. Insomma, la forza di un critico non sta nello spiegare tutto, ma nello spiegare realmente cosa realmente sia riuscito a conoscere-partecipare-vivere.
Sarà (chiedo venia: lo è già) un blog a tratti lento, non aggiornato all’ultimo film… non solo per tutte le ragioni già espresse, ma anche per ricordare che le opere d’arte sono l’eccezione contro la tesi che tutto sia comunicabile. L’arte contemporanea tenta faticosamente di ribadire il proprio dichiarato solipsismo, identico a quello che caratterizza il suo farsi, quasi appunto lì ad opporsi all’illusione che tutto sia trasferibile a chiunque. Trovo giusto ribadirlo proprio in questa sede (internet): l’arte, come se si trattasse di una questione ermetica, rivela i propri segreti a persone selezionate, allenate a comprenderla. Trova la sua ragion d’essere nel marcare una netta differenziazione epistemologica fra espressione e comunicazione, fra autoreferenzialità e la quotidiana abilità di avvalersi di sistemi linguistici precostituiti e ampiamente codificati. Tutto questo per dire che un film o un romanzo, qualsiasi opera… è qualcosa che amplifica la vita, che la ingrandisce. Amo la vita non come semplice fluire di accadimenti (come in alcuni film è), ma come una sorta di dialogo perenne col mondo e con altre vite, di ricerca interpretativa ininterrotta per la comprensione della sua stessa complessità.
Alcuni film, allora, non consigliateli a certe persone. Molto semplicemente: potrebbero non capirli, perché non disponibili a lasciarsi… stuprare.
E, conseguentemente, potrebbero parlare male di voi: ci pensate?!